Federazione del Sociale USB

Federazione del Sociale USB Organizzazione sociale dei disoccupati, precari, migranti, studenti, pensionati, abitanti delle periferie

La confederazione socialeMentre la società si frammenta, mentre la precarietà di lavoro e di vita mette tutti in condizione di forte ricattabilità, mentre si alimenta l’odio contro il diverso e chi vive in condizioni peggiori della nostra, mentre l’angoscia di futuro favorisce l’egoismo sociale, la confederazione sociale muove in senso opposto. È la controtendenza, la ricostruzione degli anticorpi

sociali al razzismo e allo scontro tra poveri, è la scommessa che sia possibile ricostruire un legame sociale ed anche organizzato tra tutti quelli che fanno parte del mondo di sotto. La confederazione sociale è un progetto ma anche un processo. Ricostruire le condizioni peruna nuova forma di organizzazione di massa che metta insieme i lavoratori stabili, i precari, i disoccupati, i senza casa, i migranti, gli abitanti delle periferie metropolitane non sarà facile. Questa pagina è solo un contributo in questa direzione.

01/06/2026

+++ATTENZIONE+++

DICHIARAZIONE CONGIUNTA dei portuali di:
Francia - Grecia - Paesi Baschi - Turchia - Marocco - Italia

riuniti nel 3° Incontro Internazionale dei Sindacati dei Lavoratori Portuali - Istanbul - 18-19 maggio 2026

I lavoratori portuali non diventeranno un anello della catena delle loro guerre!

Noi, i sindacati dei lavoratori portuali di oltre 35 porti in Europa e nel Mediterraneo, riuniti a Istanbul in occasione del 3° Incontro Internazionale, rivolgiamo un appello militante comune ai nostri compagni di lavoro in ogni porto, in ogni paese.

Il nostro incontro si svolge in un momento in cui gli eventi stanno confermando drammaticamente ciò che abbiamo già dichiarato: i porti, le rotte marittime, le ferrovie, i magazzini, la logistica, l’intera catena dei trasporti, si stanno trasformando sempre più apertamente in infrastrutture di guerra.

I governi, gli Stati Uniti sotto Trump, la NATO, l’UE e i monopoli vogliono rendere i lavoratori complici nel trasporto di armi e materiale militare destinati al massacro dei popoli.
Non faremo loro questo favore!

Non partiamo da zero. Abbiamo già esperienza, decisioni comuni, eredità preziose e legami forgiati nella lotta. Lo sciopero e la giornata internazionale di azione che abbiamo organizzato il 6 febbraio in 7 paesi e 20 porti è stata una pietra miliare storica. I lavoratori portuali hanno lanciato un messaggio potente: non lavorano per le guerre degli imperialisti.

Hanno dimostrato che il coordinamento non è solo uno slogan. Può diventare azione. Può estendersi dal Pireo a Genova, Marsiglia, Le Havre, Tangeri, Mersin, Livorno, Bilbao, Pasaia, Trieste, fino a ogni porto dove i lavoratori alzano la testa.

Oggi, tuttavia, gli sviluppi richiedono che continuiamo con ancora maggiore determinazione ciò che abbiamo iniziato.
L'aggressione imperialista in Medio Oriente si sta espandendo. Il genocidio del popolo palestinese da parte dello Stato assassino di Israele continua con il sostegno degli USA, della NATO e dell'UE.

L'attacco statunitense-israeliano contro l'Iran, la fiammata di guerra nello Stretto di Hormuz, gli attacchi alle navi, i blocchi, la militarizzazione dei passaggi marittimi, tutto ciò dimostra che i popoli e i lavoratori vengono spinti sempre più in profondità nell'abisso della guerra.

I nostri stessi porti sono in prima linea in questo conflitto. Vogliono che le nostre mani carichino armi, per servire i loro eserciti. Vogliono che le infrastrutture costruite con il sudore dei lavoratori diventino basi per interventi, blocchi, genocidi e attacchi contro i popoli. I governi parlano di “sicurezza”, “stabilità” e “libertà di navigazione”. Ma la verità è diversa. Dietro queste parole si nascondono le rivalità per il controllo delle rotte energetiche, delle rotte commerciali, dei porti, delle materie prime e dei mercati.
Dietro di esse si nasconde il conflitto tra potenti Stati capitalisti su chi dominerà nel sistema imperialista. Questo non ha nulla a che vedere con gli interessi o la sicurezza dei popoli.

Di fronte a questa realtà, i lavoratori non possono riporre la loro fiducia in quelle forze sindacali che accettano gli obiettivi dell’“economia di guerra, attraverso il compromesso”, che presentano il coinvolgimento nelle guerre come “sviluppo”, “posti di lavoro” o “interesse nazionale”, che invitano i lavoratori a fare sacrifici per i profitti e le guerre, a schierarsi dietro le esigenze dei governi, degli armatori, dei monopoli e delle alleanze imperialiste.

Mentre miliardi vengono spesi in armamenti, i lavoratori portuali lavorano in condizioni di intensificazione, orari estenuanti, rapporti di lavoro flessibili, subappalto, salari bassi e mancanza di misure di salute e sicurezza. Subiscono le conseguenze della guerra, che porta inflazione e aumento dei prezzi di cibo, carburante e beni di prima necessità.

Sacrificano le nostre vite per i loro profitti in tempo di pace, e ora vogliono sacrificarle in guerra. Il costo delle loro guerre ricade sempre sulle stesse spalle: i popoli, i lavoratori, i marittimi, i portuali, i rifugiati.

Chiediamo:
1. La fine immediata del genocidio del popolo palestinese e l'apertura di un corridoio sicuro per gli aiuti umanitari. La fine della colonizzazione, dell'occupazione e dell'apartheid imposte al popolo palestinese e il riconoscimento di uno Stato palestinese indipendente, riconosciuto dalla comunità internazionale, entro i confini del 1967, con Gerusalemme Est come capitale.
2. La fine della guerra in Medio Oriente, così come di tutti i blocchi e i conflitti in tutto il mondo. Nessun sostegno, nessuna facilitazione, nessuna partecipazione all’aggressione statunitense-israeliana contro l’Iran, il Libano o qualsiasi altro intervento imperialista. Flotte e basi militari fuori dalla regione. Esprimiamo la nostra piena solidarietà ai popoli di Cuba e del Venezuela, minacciati dall’imperialismo statunitense, e del Sudan. Chiediamo la difesa della sovranità dei popoli, delle risorse, dell’integrità territoriale, della pace con giustizia e del diritto alla resistenza per l’autodeterminazione.
3. I porti non devono essere utilizzati per il trasporto di armi, munizioni, equipaggiamento militare e truppe. Chiediamo ai sindacati di rafforzare la vigilanza, di informare i lavoratori, di smascherare i carichi bellici e di organizzare una resistenza collettiva di massa con tutti i mezzi legittimi a nostra disposizione e con la nostra lotta.
4. Rifiutiamo il piano di militarizzazione dei porti e delle infrastrutture critiche. I porti appartengono ai popoli e ai lavoratori. Non sono basi per la NATO, gli Stati Uniti o l'UE, né strumenti degli armatori e dei gruppi monopolistici.
5. No all’economia di guerra e agli armamenti. Il denaro deve essere utilizzato per i salari, i contratti collettivi, la sanità, l’istruzione, i bisogni sociali e la tutela della vita e della sicurezza sul lavoro.
6. Misure di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Nessun altro lavoratore morto per il profitto. Basta con l’intensificazione del lavoro, il subappalto, le condizioni pericolose e l’arbitrarietà dei datori di lavoro.
7. Contratti collettivi con aumenti salariali reali, posti di lavoro stabili con diritti, una politica pensionistica con pensioni migliori e una riduzione dell’orario di lavoro. Gli sviluppi tecnologici, la meccanizzazione, l’automazione e l’uso dell’intelligenza artificiale devono essere contrastati affinché non portino alla perdita di posti di lavoro.

Per rafforzare il coordinamento internazionale tra i sindacati dei lavoratori portuali e dei lavoratori del settore marittimo, è impegno comune lo scambio di informazioni tra i sindacati per un’azione comune, mobilitazioni simultanee e iniziative di sciopero a sostegno del blocco contro la guerra e le armi, nonché la solidarietà con ogni sindacato sotto attacco da parte di governi, datori di lavoro e meccanismi repressivi.
In questo incontro, i sindacati partecipanti hanno concordato, firmando questa dichiarazione, di indire una seconda giornata di lotta internazionale dei lavoratori portuali nel prossimo ottobre 2026.

Da Istanbul inviamo il messaggio:

I lavoratori portuali non si sacrificheranno per i loro profitti e le loro guerre.
Non carichiamo la morte.
Non trasportiamo proiettili, bombe e missili per uccidere i bambini.
Non accettiamo che i nostri porti vengano trasformati in basi militari.

I lavoratori non pagheranno per l’economia di guerra, l’inflazione, gli armamenti e i profitti dei monopoli.

La nostra forza sta nell’organizzazione. Sta nei nostri sindacati, nelle assemblee generali, nelle decisioni collettive, nella solidarietà tra lavoratori di diversi paesi.

Noi, i lavoratori dei porti, sappiamo molto bene che senza di noi nulla si muove. Senza le nostre mani, i container restano fermi, le navi non vengono caricate, le macchine da guerra sono bloccate.

Chiediamo a tutti i sindacati dei lavoratori portuali di discutere questa dichiarazione, di rafforzare le nostre azioni comuni e di organizzare azioni congiunte, per rafforzare i legami di solidarietà tra i porti.

La storica mobilitazione del 6 febbraio ha indicato la strada, la prossima farà un passo avanti!

I lavoratori portuali non lavorano per la guerra!
Porti dei popoli e della pace - non basi degli imperialisti!

Firmato dai seguenti sindacati:
CGT Port and Docks - Francia
Enedep - Grecia
LAB - Paesi Baschi
LIman-Is - Turchia
ODT - Marocco
USB - Italia

Adesione
Orsa Porti Gioia Tauro - Italia

25/05/2026
22/05/2026

Se anche l’ISTAT rilancia la manifestazione operaia del 23 maggio

Se l’ISTAT voleva dare un contributo alla manifestazione operaia di domani per i salari e contro il carovita c’è riuscita alla grande. Undici milioni di persone a rischio povertà, l’8,6% del potere d’acquisto perduto rispetto al 2019, un quinto della popolazione che ha difficoltà ad arrivare a fine mese e oltre un quarto che non riesce a far fronte alle spese impreviste: è questa la sintesi che i media mainstream riportano del rapporto annuale pubblicato ieri e che sembra l’incipit della manifestazione di domani a piazza della Repubblica.

Il Paese è bloccato, l’industria è ferma da più di due anni e perde continuamente pezzi, mentre il governo è sempre più spaesato e senza una strategia per affrontare una situazione che ogni giorno si fa più complessa.

Giorgetti ha l’assillo di far quadrare i conti e spera che la Ue renda più flessibili regole che invece restano molto rigide. E la Meloni che ogni giorno è costretta a dire cose in contraddizione con quello che andava sostenendo fino a qualche settimana fa, sembra ormai un disco rotto. Il primo maggio si è inventata la formula del salario giusto che per lei in sostanza sarebbe quello attuale, ma l‘idea era così insignificante che è già stata dimenticata.

E ora ci pensa l’ISTAT a certificare, se ce ne fosse ancora bisogno, che il Paese sta scivolando verso il baratro.

Ma di cosa ha bisogno l’Italia per affrontare questa crisi che non è soltanto economica ma è di prospettiva? Qual è il cambiamento vero di cui c’è bisogno?

A urlarlo per le strade di Roma saranno domani migliaia di operai provenienti da tutta Italia. La loro è una piattaforma che esce dalle lotte e dalle vertenze di questi anni e che parla un linguaggio chiaro e inequivocabile: rialzo dei salari, controllo dei prezzi, basta precarietà, rilancio dell’economia pubblica, più potere ai lavoratori per combattere omicidi e infortuni sul lavoro, diritto alla casa e regolarizzazione per tutti i lavoratori stranieri.

Questa piattaforma, però, mentre parla di condizioni di lavoro e di vita, è anche una proposta di futuro per tutti. Guarda infatti ad una economia di pace e si contrappone a chi invece vede nel riarmo una prospettiva economica ed un’opportunità per l’Italia o l’Europa. Per questo domani a piazza della Repubblica ci sarà l’incontro con chi è appena tornato dalla Flotilla, dopo il sequestro e i pestaggi subiti da parte di Israele. Perché il filo che lega la questione sociale e la lotta contro la guerra e per la difesa dei popoli colpiti dall’aggressione imperialista è unico.

Che futuro vogliamo? È questo il grido che lancia la manifestazione di domani, che è un grido di lotta per cacciare il governo della guerra ma anche un appello per unire il popolo della pace.

Ci vediamo in piazza, ore 14:00 a piazza della Repubblica.

22/05/2026

La legge 146 del 1990, quella che da allora limita pesantemente il diritto di sciopero, viola la Carta Sociale Europea in tre punti: 1) sono troppi i settori che rientrano nella definizione di servizi essenziali; 2) l’obbligo di indicare la durata dello sciopero già al momento della sua proclamazione indebolisce eccessivamente lo sciopero stesso; 3) sono eccessivi i periodi dell’anno nei quali non si può scioperare e, soprattutto, l’impossibilità di scioperare nei “momenti chiave” è un altro fattore di forte indebolimento dello sciopero.

Queste tre violazioni dei principi della Carta Sociale Europea sono state riconosciute dal Comitato Europeo per i Diritti Sociali (CEDS) in un suo recente pronunciamento sul ricorso presentato dall’USB. Il CEDS è un organo del Consiglio d’Europa incaricato di monitorare l'attuazione della Carta Sociale Europea da parte degli Stati membri. Ora, sulla base di queste decisioni, il Governo e il Parlamento italiani dovrebbero rivedere la legge 146 per riallinearla con i principi della Carta Europea.

Di questo parleremo al Convegno dell’11 giugno all’hotel Nazionale. Sono stati invitati i partiti di opposizione Pd, M5S e AVS, i sindacati Cgil, Cisl e Uil, i presidenti delle Commissioni Lavoro di Camera e Senato, la presidente della Commissione di Garanzia, il Ministro del Lavoro e il presidente del CNEL.

21/05/2026

Siamo stanchi di pagare sempre noi: il 23 maggio manifestazione nazionale a Roma
La condizione materiale di chi lavora in questo Paese ha raggiunto un punto di rottura. Il problema riguarda tutti: salari bassi, salari medi, perfino retribuzioni considerate fino a pochi anni fa solide. Il potere d’acquisto si riduce mese dopo mese. Il costo della vita cresce, le bollette aumentano, i beni essenziali diventano più cari. La busta paga resta ferma mentre tutto il resto accelera.
Questo scarto produce un effetto netto: si lavora di più e si vive peggio. Il salario perde funzione, diventa insufficiente a garantire una vita dignitosa. Anche chi ha un lavoro stabile sperimenta una perdita progressiva di sicurezza materiale. La questione salariale emerge come emergenza generale.
Questa dinamica ha radici precise. Non si tratta di una crisi passeggera. Siamo dentro una trasformazione strutturale del capitale, governata attraverso la guerra, il riarmo, la precarietà e la compressione del lavoro. L’aumento dei prezzi, l’instabilità delle forniture, il costo dell’energia rappresentano effetti diretti di questo assetto.
La dimensione internazionale entra dentro la vita quotidiana. Le guerre in corso, l’estensione dei conflitti e gli episodi recenti che colpiscono anche iniziative civili e solidali mostrano un livello di scontro sempre più avanzato. Il quadro geopolitico determina scelte economiche, orienta le politiche industriali, ridefinisce l’uso delle risorse pubbliche.
L’economia di guerra prende forma come scelta politica. Le risorse vengono indirizzate verso il riarmo, gli impegni internazionali assorbono quote crescenti di bilancio, il welfare e i salari restano subordinati. Il lavoro paga il prezzo di questa trasformazione: attraverso l’aumento del costo della vita e attraverso la redistribuzione regressiva della ricchezza.
Dentro questo scenario emerge un punto centrale. Il salario e la guerra appartengono allo stesso terreno. Le politiche che alimentano la corsa agli armamenti coincidono con quelle che comprimono il lavoro e riducono il reddito.
Da qui prende forma la mobilitazione del 23 maggio. Un passaggio che mette al centro la condizione materiale delle persone e la collega alle scelte strutturali che stanno ridefinendo l’economia.
Questo percorso ha già assunto una forma politica chiara nell’Assemblea Nazionale Operaia del 28 marzo. In quella sede si è definito un manifesto che rappresenta una linea di rottura con l’attuale modello di sviluppo. Un impianto che parte dal salario come diritto e come misura della ricchezza prodotta, rivendica un aumento generalizzato delle retribuzioni, la loro difesa automatica dall’inflazione, la riduzione dell’orario di lavoro, il controllo sulle condizioni di sicurezza, il superamento degli appalti e della frammentazione produttiva.
Dentro quella piattaforma prende corpo una visione alternativa: intervento pubblico nei settori strategici, redistribuzione della ricchezza, centralità del lavoro nelle scelte economiche. Un programma che si oppone frontalmente a un modello fondato su sfruttamento, insicurezza e riarmo.
Il lavoro operaio assume qui una funzione precisa. Produce la ricchezza del Paese e può determinare un cambio di direzione. Da questa posizione nasce una responsabilità: chiamare a raccolta un fronte sociale più ampio, capace di riconoscersi in un programma che rimette al centro i bisogni reali.
Questa chiamata riguarda tutti i soggetti colpiti dall’attuale modello: lavoratori, giovani, pensionati, chi vive precarietà e impoverimento. L’obiettivo è costruire una mobilitazione larga, capace di tenere insieme queste condizioni dentro una prospettiva comune.
Il nodo riguarda i rapporti di forza. La traiettoria attuale spinge verso bassi salari, aumento delle disuguaglianze, espansione della spesa militare e coinvolgimento crescente nei conflitti. Una traiettoria diversa richiede organizzazione, continuità e capacità di incidere.
“Paghiamo sempre noi” descrive una condizione reale. Il 23 maggio rappresenta il passaggio per trasformarla in forza collettiva.
Il lavoro può tornare a determinare le scelte. Questa è la direzione da costruire.

20/05/2026

USB: DOPO LO SCIOPERO DEL 18 MAGGIO CONTINUA LA MOBILITAZIONE PER LA LIBERAZIONE DEGLI ATTIVISTI DELLA FLOTTIGLIA E DEL POPOLO PALESTINESE

Con lo sciopero e le mobilitazioni del 18 maggio abbiamo costruito un’altra giornata importante di solidarietà internazionalista, insieme alla flottiglia, a migliaia di lavoratrici, lavoratori, studenti e cittadini contro il genocidio del popolo palestinese e contro la complicità dei governi occidentali.

Sparare contro imbarcazioni civili che trasportano medicinali, aiuti sanitari e attivisti disarmati diretti a Gaza costituisce un crimine contro l’umanità. Farlo in acque internazionali dimostra la totale certezza dell’impunità garantita dalla complicità politica, diplomatica e militare delle potenze occidentali.

Israele agisce sapendo di poter contare sul silenzio dell’Unione Europea, sulla subordinazione del governo italiano e sull’ipocrisia di chi continua a parlare di “diritti umani” mentre copre un genocidio in diretta mondiale.

Le immagini degli attivisti della flottiglia fermati, aggrediti e colpiti dall’esercito israeliano mostrano con chiarezza il salto ulteriore compiuto dal governo Netanyahu: reprimere anche le missioni umanitarie pacifiche per isolare completamente il popolo palestinese e scoraggiare ogni forma di solidarietà internazionale.

A rendere ancora più grave quanto accaduto sono le recenti immagini dei maltrattamenti inflitti ai componenti della Flottiglia dopo il fermo. Si ripete lo stesso brutale rituale già visto con la Flottiglia dello scorso autunno: il passaggio provocatorio davanti a Ben Gvir, gli attivisti trattati come trofei di guerra, esposti pubblicamente, umiliati, insultati e disprezzati. Una messinscena di potere e sopraffazione che non ha nulla a che vedere con la giustizia e tutto a che vedere con la volontà politica di intimidire chiunque osi rompere l’assedio, portare aiuti, denunciare il genocidio e stare dalla parte del popolo palestinese.

L’Europa resta muta e complice. Non difende neppure i propri cittadini aggrediti in mare.

Oggi viene colpita l’idea stessa che esistano regole internazionali valide per tutti, che esistano limiti all’uso della forza, che il diritto internazionale abbia ancora un significato.

Il messaggio che Israele, gli Stati Uniti e i governi europei stanno lanciando è brutale: la forza è l’unica legge riconosciuta.

Chi ha potere militare può bombardare, affamare, occupare, deportare, colpire civili e missioni umanitarie senza subire conseguenze.

Si rompe così definitivamente l’ipocrisia dell’“Occidente democratico”, che per decenni ha preteso di impartire lezioni di civiltà e legalità al resto del mondo mentre sosteneva guerre, apartheid, occupazioni e massacri.

La vicenda della flottiglia dimostra anche il fallimento della falsa narrazione sull’“unica democrazia del Medio Oriente”. Non c’è democrazia possibile dove esistono apartheid, sterminio di civili, torture, bombardamenti contro bambini e distruzione sistematica di ospedali, scuole e infrastrutture vitali.

USB continuerà a mobilitarsi contro il genocidio del popolo palestinese, contro l’economia di guerra e contro la complicità del governo Meloni, dell’Unione Europea e della NATO.

Dopo lo sciopero del 18 maggio la mobilitazione continua. Costruire ovunque iniziative, presidi, boicottaggi: per la liberazione degli attivisti della flottiglia, per la liberazione di tutti i prigionieri palestinesi, per fermare il genocidio in Palestina, per la rottura di ogni collaborazione militare, economica e diplomatica con Israele.

La solidarietà internazionale non si arresta.

Palestina libera.

Indirizzo

Via Dell'Aeroporto
Rome
00175

Telefono

06762821

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Federazione del Sociale USB pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Contatta L'azienda

Invia un messaggio a Federazione del Sociale USB:

Condividi