20/06/2023
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(Bisogna con )
Questo è il mio studio. E' aperto, vieni a trovarmi :) Some friends of mine keep on saying that I should do something instead of these spotted bags.
Trame ALAB Via Alloro, 78
Palermo
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Io sono il mio lavoro. Sono quello che faccio. Sono una borsa. Un quaderno. Una cucitura storta fra scampoli di vissuti diversi. Riproduzione infedele, la soluzione più naturale: l’esaltazione del difetto. Ingegno di necessità, pescando fra sedimenti eterogenei nella borsa, elaborando appunti sparsi in quei quaderni. Adattare strumenti, ricombinare. Innestare il nuovo nel vecchio, un equilibrio. Scelte collaterali e risultati inattesi. Non un progetto. La mia pelle è viva, segnata dalle distrazioni, incisa di percorsi. Permeabile. Sensibile all’intorno. I miei occhi guardano, le mie mani imparano. Il primo e più universale significato che i palermitani attribuiscono alla parola “tascio” è, volendo tradurre l’intraducibile: baggiano, sopra le righe, di cattivo gusto. Kitsch, se vogliamo essere esotici. Non è certo un termine che si usa per definire il bello. Però. C’è un però. Senza ambire a improvvisarmi linguista o etimologa, io sostengo che tascio significa piuttosto: miscellaneo, composito, stratificato. Come una cassata siciliana: con il barocco della frutta candita, con l’iberico pan di spagna, con l’araba ricotta. Come Rosalia e il suo mito, che raggiunge a fine Ottocento il massimo del tascio, distesa e lasciva come Paolina Borghese e carica di ori e gioielli come, appunto, ‘a Santuzza della grotta di monte Pellegrino. Tascio, quindi è il siciliano stesso, nella sua essenza più sedimentata, intima e inconfessabile. Una tascia accozzaglia di ciarpami (è questa la traduzione di Tash Trash Mash), non è solo il mio modo di fare l’artigiana. E’ il mio modo di guardare il mondo e prima di tutto il mondo vicino, la mia città, la piazza dove lavoro, la strada dove abito. Con Kevin, Marika, Gwena, Sant’Antonino, Pupidda e Pitrinu. Con la Trinacria e Ikea. Con Ballarò, la Vucciria che crolla e il bianco, candido, angelico Serpotta. I panni stesi al sole e la puzza della spazzatura putrescente di agosto. Ma anche di aprile, ci siamo già. E’ quello che sono, con ispirazioni che vengono da tutti gli stimoli che i miei sensi registrano. Una tascia accozzaglia di ciarpami. E’ quello che sono, è da dove vengo. E’ la mia lingua, dove convivono i romani, i greci, i normanni, gli spagnoli e pure gli americani della guerra. E quindi tascio sarebbe un po’ come postmoderno? Stratificato? Tascio sarebbe creolo, ibrido, miscellaneo? Ho un’idea di bellezza certamente condizionata dal posto dove vivo: qui si manifesta all’ennesima potenza la legge dei contrasti. No, non solo qui effettivamente. Ma bisogna riconoscere che Palermo è un ossimoro. La sua bellezza e il suo orrore sono due facce della stessa moneta dorata.