Storia della Sardegna

Storia della Sardegna Storia della Sardegna

24/12/2020

DIES NATALIS 2020
Mi sembra un po' strano che si debba celebrare il Santo Natale il 24 dicembre e di fare i rituali auguri agli amici il giorno successivo: il 25; ma è un imbarazzo che, riflettendoci sopra, può anche scomparire, perché per noi uomini del XXI secolo il giorno 25 inizia un attimo dopo le ore 24 del giorno 24, ma per gli Ebrei ( e, detto tra noi, tra i vecchietti del mio paese sino alla prima metà del secolo scorso il giorno iniziava al tramonto del sole, convenzionalmente diciamo alle odierne ore 18, e si aveva poi l' "una ri notti", "du uri" e più in là non si andava, ma l'enumerazione continuava nella giornata che seguiva e terminava quando finiva il lavoro nei campi, in genere un'ora prima del tramonto, alle "ventitré". Nell'opera "I Pagliacci" di Ruggero Leoncavallo l'attore cantante Canio ai paesani dà l'appuntamento per il suo spettacolo alle "Ventitré ore") dicevo dunque per gli Ebrei il 25 dicembre iniziava alle ore 18 del 24 e quindi, se la messa di Natale oggi verrà celebrata alle ore 20,30 del 24 dicembre, essa corrisponde per Ebrei e Musulmani oltre le "2 ore di notte" del 25 dicembre. Quand'ero giovanotto andavo alla Messa di Mezzanotte nella Chiesa Madre, però molte donne , stanche dei lavori domestici preferivano la messa "ru matutinu" nella chiesa rionale, ai primi chiarori dell'alba (ma sempre di notte , come dice il Vangelo); venuto in Sardegna seppi che nei paesetti c'era "sa missa 'e puddhu" (letteralmente la messa del gallo (l'orologio era il canto mattutino del gallo, che richiama il "Prima che il gallo canti" del Vangelo). --- Per i Romani di quei tempi il giorno invece iniziava al sorgere del sole, convenzionalmente alle ore 6 del mattino, e così continuava nel Medioevo, rimarcando, nei romanzi cavallereschi, un'ora terribile, l'ora "nona", ossia le nostre ore 15, quando Cristo morì sulla croce. - -- E per curiosità volete sapere quando per gli astronomi inizia il "giorno sidereo"? Quando la sorgente di luce (o una stella qualsiasi, non il nostro sole) è al culmine del suo corso, alle ore 12. --- Ma, per completare il discorso, sapete cosa avvenne il 25 dicembre del 274 d.C. ? A Roma l'imperatore Lucio Domizio AURELIANO (270-275) inaugurò il "Tempio al Sole Invitto" e poiché in quel giorno cadeva il solstizio d'inverno, il giorno in cui la luce comincia a crescere, definì quel giorno DIES NATALIS SOLIS INVICTI. Da allora anche i Cristiani vollero precisare che nel Vangelo stava scritto che Cristo aveva detto: "Io sono la luce (o il Sole) del mondo".
Con queste considerazioni ritenendomi rassicurato, porgo agli amici i più affettuosi AUGURI di passare serenamente questi giorni di festa (anche se in "rosso").

09/06/2018

Nella NEBBIA barbari e non BARBARI

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--- Ma a chi interessava l’Impero romano? Forse a pochi, comunque non a Romani di Roma; per un periodo di tempo poté interessare a Romani di Spagna, poi a Romani d’Africa, poi a Romani di Siria, fin quando Teodosio comprendendo che un solo imperatore non era sufficiente a reggere tutto l’Impero lo divise in due parti e lo affidò ai suoi due figli, ancora minorenni, sotto la tutela di due abili generali. Romani? No, barbari romanizzati. E di chi era formato l’esercito? Di poveracci raccolti dalle province che altrimenti non sapevano come sbarcare il lunario. Sicché al primo urto con i barbari l’Impero romano d’occidente crollò.
--- Un tipo strano fu GENSERICO, re dei Vandali, che dalla Germania passando per l’attuale Francia e Spagna si stanziò infine sulla costa nord/occidentale dell’Africa, scegliendo come capitale Cartagine, la nuova Cartagine che Giulio Cesare nel 44 a.C. aveva rifondata. Era gobbo, storpio, di bassa statura, uno sgorbio a vederlo, ma non soffriva di alcun complesso d’inferiorità. Era di religione ariana, credeva in Cristo, ma solo come in uomo potente, e si riteneva d’essere stato da Lui scelto come esecutore della vendetta divina sui peccatori, sugli indolenti, sui ricconi (che per lui erano solo degli sfaticati). Tutti al mondo dovevano essere puniti, perché maledetti da Dio, ed egli per prima cosa li avrebbe privati dei beni che avevano. Andò a Roma, fece sposare suo figlio Unnerico con la figlia dell’imperatore e volle una gran festa per tutto il suo esercito a spese dei Romani, nelle case dei Romani. Per 15 giorni, fu un vero saccheggio, una vera baraonda. Partendo volle portare con sé metà del Senato per fare di Cartagine la vera capitale dell’Impero. Portò sulle navi statue, opere d’arte, vasellame d’argento, gioielli per rendere gradevole a quei senatori la nuova sede. Per malaugurata idea, alcuni di essi, costeggiando la Sardegna, dissero che in quell’isola avevano delle ville e che avrebbero potuto dimorare anche lì. “Vediamole” disse Genserico e poiché furono di suo gradimento: “Da oggi – disse – tutta la Sardegna è mia”. E poiché nessuno si oppose, senza combattere la Sardegna passò ai Vandali. Diversamente fu per la Sicilia. Qui fece diverse scorrerie, prendeva tutto quello che poteva imbarcare e andava via. Le poche milizie che erano nei villaggi non avevano il coraggio di affrontarlo e rimanevano in difesa nelle “acropoli”. Anche nella nostra città dovette avve**re lo stesso e la gente con quel poco che aveva si rifugiava nel pianoro a ridosso della Rocca dei Maschi, ma vi si rifugiavano anche i “padroni”, che vedendo che le visite dei Vandali erano frequenti presero l’abitudine di rimanere a lungo in quel luogo (U CHIANU RI RONNI). Anche della Sicilia i Vandali si considerarono padroni, privando Roma delle province che erano state considerate i suoi “tre granai”: Sicilia, Sardegna e Africa; il regno di Genserico fu allora considerato “l’Impero del grano” ed a Roma cominciò a farsi sentire la fame. Ce l’aveva Genserico soprattutto con i cattolici e quando si accorgeva che laici e prelati gli davano fastidio li relegava in soggiorno obbligato in Sardegna, col compito di tagliare legna per costruire nuove imbarcazioni, per il resto essi potevano considerarsi liberi anche di parlare di religione (indirettamente evangelizzò la Sardegna). Con gli Ariani si comportò diversamente: l’Italia (ossia quel che rimaneva dell’Impero d’Occidente) era caduto in mano ad Odoacre, un altro barbaro, re degli Eruli al servizio dei Romani, ed Odoacre era un ar**no. Genserico gli cedette, dopo averla ben bene spogliata, la Sicilia (però dietro un congruo pagamento); si mantenne però Lilibeo (Marsala) per controllare entrambe le coste dello stretto di Sicilia.
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--- Si sperò con i nuovi invasori, gli Ostrogoti, con un capo TEODORICO che in gioventù era stato a Costantinopoli, che le cose potessero migliorare, e di fatti il nuovo re volle consolidare la cultura romana. Purtroppo, essendo anche lui ar**no, negli ultimi anni venne in rotta con la Chiesa romana e con l’Impero romano d’Oriente e fu una guerra: una guerra devastante che durò 18 anni (535-553). Sbarcati in Sicilia la conquistavano in fretta e passavano in Calabria e risalivano per la Pen*sola, mettendo a sacco Napoli e poi Roma. Scendevano gli Ostrogoti da Ravenna marciando verso Roma, e le truppe sia dell’una che dell’altra parte avanzavano senza pensare ai disastri che lasciavano al loro passare. Nel 540 l’ostrogoto Totila in un lampo di genio concedeva la libertà dalla “servitù della gleba” ai contadini che fossero passati dalla sua parte e tutta quella classe (che altrimenti non poteva lasciare il feudo in cui lavorava) fu per lui ed anche le città abbandonarono gli imperiali. In uno sforzo supremo questi si ripresero e fu la fine delle speranze.
--- Ormai anche i campi non venivano coltivati, e, se qualcuno lo faceva, la messe non arrivava a maturazione; e la fame avanzava a gran passi; la denutrizione era visibile sul volto di tutti; e con la fame venivano le epidemie e non c’erano cure con cui ci si potesse salvare. Lo storico PROCOPIO di Cesarea che assistette a queste tristi vicende narra scene orrende in cui spesso si cadeva spinti dai morsi irresistibili della fame. Poi la guerra finì; ma non venne la pace: l’impero recuperò le province che costituivano l’impero del grano, ma gli abitanti conobbero l’Impero solo attraverso nuove imposte, altre restrizioni, gli agenti del fisco, le rivolte e i saccheggi delle milizie mercenarie, mal pagate o non pagate. Diceva il papa Gregorio Magno che la Sardegna a liberazione avvenuta “offriva schiavi a buon prezzo, prodotti a basso costo, soldati per l’Impero e dena-ro per i corrotti”.
--- Se Roma repubblicana aveva unificato quella che noi chiamiamo Repubblica italiana, se con i suoi generali (Belisario, Narsete) l’imperatore di Costantinopoli GIUSTINIANO recuperò quasi tutte le terre bagnate dal Mediterraneo, riportando (come era una volta) questo mare ad un lago in mezzo a popolazioni soggette all’Impero, con la Prammatica Sanzione del 554 egli invece divise il vasto impero, compresa l’Italia, in prefetture, staccò dall’Italia la Sicilia, mettendola alle dirette dipendenze da Costantinopoli, e Sardegna e Corsica, unendole ufficialmente alla provincia d’Africa, le pose alle dipendenze del prefetto di Cartagine (in parole povere, considerò la Sardegna non più una regione dell’Italia, ma del Nord-Africa). Il Prefetto dall’Africa mandava in Sardegna i suoi funzionari: il “dux” (ancora si parlava latino) a capo delle forze militari ed il “praeses” (ma talvolta chiamato anche “Judex”) con compiti civili per amministrare la giustizia. Così doveva essere anche per la Sicilia e per l’antica nostra città, la quale cominciava a prendere corpo con una amministrazione che vedeva unite le tre autorità (militare, giudiziaria e cittadina ) site in un unico luogo.
--- Però quel che più irritò i sudditi fu il fatto che le cariche più importanti si potevano ottenere solo con il “suffragium” (bustarella), con la conseguenza che i funzionari, dopo avere sborsato tanto denaro per avere una carica, cercassero poi di rifarsi imponendo ogni sorta di balzelli.
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---- Con Giustiniano si concludeva il periodo romano-ecumenico della storia dell’impero d’Oriente, dominato dall’idea cosmopolita dell’antico impero di Roma, che Giustiniano tentò di ricostituire, e l’uso del latino come lingua ufficiale ne fu una dimostrazione.
Ma a quale stato si fosse ridotta la lingua latina, non quella usata dai giuristi nel revisionare tutto il “Corpus Juris civilis” della legislazione romana, aggiornandolo, ed epurandolo di quanto era ormai sorpassato, ma la lingua usata quotidianamente da quello che potremmo chiamare ceto medio, è bene saperlo.
--- Già da tempo un certo Valerio Probo aveva scritto una grammatica latina ed alla fine aveva aggiunto una APPENDIX in cui invitava i lettori ad evitare certe forme scorrette della lingua ed usare invece quelle appropriate, soprattutto con i trisillabi sdruccioli ridotti a bisillabi. Pertanto:
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--- DIRE ------- e ---- NON DIRE
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--- Frì-gi-dum --------- Frig-dum ------- ( = freddo)
--- Cà-li-da ---- ------- Cal-da ----------- ( = calda)
--- Vì-ri-dis ------------- Vir-dis ----------- ( = verde)
--- Spé-cu-lum ------- Spec-lum ------- ( = specchio)
--- Vé-tu-lus ---------- Vec-lus --------- ( = vecchio)
--- Au-rì-co-la -------- O-ric-cla ----------( = orecchia)
--- Dò-mi-na ---------- Dom-na ---------- ( = donna)
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A proposito di Domna, bisogna anche ricordare che l’imperatore romano SETTIMIO SEVERO, nato a Leptis Magna in Africa, nell’attuale Libia, sposatosi con una donna siriana d’acuta intelligenza, abile consigliera, con un forte senso dello Stato, l’aveva voluta soprannominare Domna (ed è passata nella storia come GIULIA DOMNA), Domna da “dòmina”, dal verbo “dominare”, dal significato di persona autorevole e che ha potere di dominare, richiedere da tutti rispetto ed obbedienza (sostanzialmente il corrispettivo femminile di Imperator). E non passò molto tempo che anche l’imperatore (come Diocleziano) volle essere considerato “dòminus” e per essere da tutti e più compiutamente capito aggiunse anche “deus” (che in corleonese venne tradotto “Dominiddiu”, ma per indicare - più che Nostro Signore - anche una persona tanto vanitosa ed antipatica da ritenersi il padrone del mondo).
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Ed anche in quella che sarebbe stata Corleone avveniva, linguisticamente parlando, qualcosa di analogo, anche se mancava un’apposita grammatica. Per esempio
------ il gruppo consonantico FL delle parole latine diveniva SCI, perciò da “Flumen” si aveva “Sciummi”, da “Flatus” si aveva “Sciatu”; da “Flore(m)” si aveva Sciuri”;
------ il gruppo consonantico PL delle parole latine diveniva CHI, perciò da “Plumbum” si aveva “Chiummu”, da “Planum” si aveva “Chianu”, da “Plàngere” si aveva “Chiànciri”, da “Plaga” si aveva “Chiaga”; da “Platea” prima “Plàtia”, poi “Chiazza);
------ Anche il gruppo consonantico CL diveniva CHI, perciò da “Clamare” latino si aveva “Chiamari” siciliano, da “Clave” si aveva “Chiavi”, da Clàudere, e poi Chiùriri”.
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---- Molto spesso si ebbero casi particolari, come la caduta della G gutturale dal suono di GH.
----- Il pronome “Ego” perdette la G e divenne EO – ma per le leggi fonetiche del latino le vocali medie E ed O diventavano I ed U e di conseguenza “IU”; ma queste due vocali strette volendo almeno una semiconsonante di appoggio ricorsero alla J, e si ebbe “Jiu”
----- Guardate anche le trasformazioni (ma sempre regolari) di “digitu(m)”: La M finale non si pronuncia, la G all’interno cade, la D iniziale si muta in R dolce ed abbiamo RI-I-TU; ma la I da sola vuole un appoggio e si ricorre alla J e si ricava RI-JI-TU.
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---- E si aveva, senza dirlo anche una grammatica molto semplice con tre declinazioni dei nomi e con tre generi: maschile, femminile e neutro, come in latino (perché sostanzialmente era sempre un latino, sebbene rinnovato).

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------------------ Sing.--------- Plur.
1^ decl. ------ a gatta -------- i gatti -------- < “le gatte”, “i gatti”

2^ decl. M. --- u sceccu --- i scecchi ---- “gli asini”, “le asine” >
2^ decl. F. ---- a manu -------- i mani ------- < “le mani”>
2^ decl. N.---- u pummu ------ i pumma ---- < “le mele” >

3^ decl.-------- u cani --------- i cani
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Da notare che in tutte le declinazioni e in tutti i generi le desinenze del plurale sono uguali, eccettuati i nomi del genere neutro che però hanno uguale l’articolo plurale, che è sempre I.
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Volendo tornare a fare l’insegnante, vorrei chiedere ai miei lettori. tornati ad essere degli alunni: Sapete dirmi che cosa significhi U CHIANU RI RONNI? Per dare un aiutino a chi ha qualche incertezza riporto una donazione fatta dal giudice di Cagliari --- Ego, Judigi Torgodori de Ugunali cm mulieri mia Donna Vera et cm filiu meu Donnu Costantinu (Salusio II) fazo custa carta pro S. Ioanne de Arsemin, qui dabo ad sancto Laurenzio de Ianua pro Deus et pro anima mea. (1079) - .

23/01/2018

L'IMPERO ROMANO D'ORIENTE
E LA SARDEGNA

b) Il basileus ERACLIO

Con Giustiniano si concludeva il periodo romano-ecumenico della storia dell’impero d’Oriente, dominato dall’idea cosmopolita dell’antico impero di Roma, che Giustiniano tentò di ricostituire, e l’uso del latino come lingua ufficiale ne fu una dimostrazione. Alla sua morte (565) l’Oriente attraversò uno dei peggiori momenti della sua storia. L’Italia veniva occupata in gran parte dai Longobardi, le province asiatiche dai Persiani e la stessa Costantinopoli era sottoposta ad assedio. Fu salvata dal nuovo imperatore ERACLIO (610).
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I Persiani si rovesciarono allora su Gerusalemme, e la sottoposero a stragi e al saccheggio; quindi continuarono l’avanzata occupando anche l’Egitto.
Eraclio rimase con i soli territori di lingua greca ed in greco lanciava il popolo alla riscossa: Nostro Signore è morto a Gerusalemme e a noi l’ha resa sacra; – e ripeteva - noi Cristiani dobbiamo recuperarla; è Lui che lo vuole.
Fu la prima vera e propria crociata. Eraclio riconquistava Gerusalemme e quindi andava contro la Persia, ove per vendetta distruggeva il tempio più prestigioso del dio dei Persiani.
Ma altri nemici piombavano dal Nord e assediavano Costantinopoli. Eraclio riusciva ancora una volta a salvare la città usando il fuoco greco: ardeva anche sull’acqua e bruciava le navi nemiche. Ma i Bulgari rimanevano nella Mesia.
Vincitore sui nemici Eraclio si diede all’organizzazione del suo impero; ma l’impero che gli era rimasto non era quello di Giustiniano, la maggior parte era andata perduta ed il nucleo centrale era quello di lingua greca.
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Una sua prima riforma fu quella di sostituire la lingua ufficiale: dal latino passò al greco, ed egli da “imperator”, parola latina, volle chiamarsi “basileus”, parola greca e volle che il greco venisse usato nel suo impero; l’impero non venne più chiamato “impero romano d’Oriente”, ma impero di Βυζάντιον Bizanzio (Costantinopoli) e il “bizante” fu la sua moneta.
Se con Giustiniano nelle varie province i poteri militari erano affidati al “dux” (o ýpatos) e i poteri civili al “praeses”(o judex), ora fu il solo arconte ad avere poteri civili e militari. In ultimo lo stesso basileus volle definirsi “isapostolos”, cioè uguale agli apostoli e si attribuì poteri civili, militari, politici e religiosi.
Il basileus Eraclio, dopo avere riportato la Croce in Gerusalemme, entrava trionfalmente in Costantinopoli, ma nel 641 moriva; e con lui, morto anche l’impero romano-ecumenico, aveva preso inizio il secondo periodo, detto ellenico, perché l’impero si ellenizzava. Si aveva una ripresa della cultura greca e si formava una vera coscienza bizantina che portava a un distacco sempre più forte dall’Occidente, persino in campo ecclesiastico. Nel 1054 si sarebbe avuto lo scisma d’Oriente.

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La Sardegna continuò ad essere una dipendenza dell’ Africa, poiché il Nord Africa era rimasto all’impero bizantino; però dovette abbandonare la lingua latina ed imparare la lingua greca; anche la messa dovette essere celebrata in lingua greca.
E, sebbene il Papa, usando il latino nella corrispondenza che aveva con lui, quasi per sottolineare la sua prevalente attività civile, continuasse a chiamarlo “Judex”, il funzionario imperiale ebbe il titolo ufficiale greco di άρκοντος arconte. Da notare che il titolo non era più scritto nella maniera classica: άρχοντος , avendo perduto l’aspirazione nella gutturale.
Anche il greco, come il latino, andava modificandosi e ci si avviava verso il neogreco, come in Occidente si andava verso tante parlate neolatine. Ce lo testimoniano tanti documenti del tempo rinvenuti in Sardegna.
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Esempi di scrittura maiuscola di questa lingua di passaggio, della relativa pronuncia e della corrispondente nel periodo classico:

TEC ΠPECBHEC AVTωN ΔωEI MOI K. O ΘC THN AΦECHN

Τες πρεσβηες αvτων δωει μοι Kυριος o Θεος την αφεσην
Tes presbìes avtòn dòei moi Kyrios o Theòs tin àfesin

Per le intercessioni di costoro dia a me il Signore Dio il perdono

Ταις πρεσβειαις αυτων δᾠ μοι K. o Θεος την αφεσιν
Tais presbéiais aυtòn do moi Kyrios o Theòs ten àfesin

Dalla scrittura si nota: che si usa il segno ω sia per la maiuscola che per la minuscola; - solo C per il sigma; - il dittongo αι si restringe e diventa ε ; - il suono della i può trascriversi con η; la vocale η continua ad essere scritta η, ma suona ι. E poiché il segno η venne chiamato ita si parlò di itacismo
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Altro esempio (in cui il suono U viene però reso con O e V sovrapposta e non più con oυ oppure OV):

BωHΘΙ ΤOV ΔOVΛOV COV ΤΟΡKΟΤΟΡΗOV APKONTOC CAPΔΗΝΙΑ(ς) ΚΕ TΙC ΔOVΛΙ(ς) COV ΓΕΤΙ... (neogreco)

Boìthi tu dulu su Torcotoriu Arcontos Sardinia(s) ke tis duli(s) Geti...

Iscrizione che secondo la scrittura classica sarebbe dovuta essere:

BOEΘEΙ ΤOY ΔOYΛOY ΣOY ΤΟΡKΟΤΟΡΙΟΥ APXONTOΣ
ΣΑPΔΙΝΙΑ(ς) ΚAI TΗΣ ΔOΥΛΗ(ς) ΣOΥ ΓΕΤΙ... (greco classico)

Boethei tu dulu su Torcotoriu Arcantos Sardinias kai tes dules su Geti...

Vieni in aiuto del servo tuo Torcotorio Arconte di Sardegna e della serva tua Geti...

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13/01/2018

L’ IMPERO ROMANO d' ORIENTE
e la SARDEGNA

In analogia a quanto avveniva in Occidente, sul finire del sec. V, anche Aspar aveva favorito l’infiltrazione germanica nell’esercito e nell’amministrazione, facendo a Costantinopoli ciò che a Roma faceva Ricimero. Ma, mentre in Occidente si giunse a demolire l’Impero, ad Oriente si reagì con l’imperatore Leone il Trace, ricorrendo ad una rude e bellicosa popolazione del Tauro nell’Asia Minore: gli Isauri. Aspar veniva ucciso, ogni elemento germanico nella corte e nell’esercito eliminato e il capo degli Isauri, Zenone, veniva poi assunto all’impero. L’Occidente si germanizzava e creava Stati romano-germanici, l’Oriente, avviando la migrazioni dei popoli ad Ovest, si metteva su una strada che lo avrebbe staccato del tutto dall’Occidente.

a) L’imperatore GIUSTINIANO

Questo imperatore romano d’Oriente, con varie guerre combattute dai suoi generali (Belisario, Narsete) recuperò quasi tutte le terre bagnate dal Mediterraneo, riportando (come era una volta) questo mare ad un lago in mezzo a popolazioni soggette all’imperatore romano; divise il vasto impero, compresa l’Italia, in prefetture e la Sardegna continuò a dipendere dal prefetto che aveva sede a Cartagine. In parole povere, la Sardegna non era una regione dell’Italia, ma del Nord-Africa. Il Prefetto dall’Africa mandava in Sardegna i suoi funzionari: il “dux” (ancora si parlava latino) a capo delle forze militari ed il “praeses” (ma talvolta chiamato anche “Judex”) con compiti civili per amministrare la giustizia.
Per avere il denaro occorrente per pagare i funzionari i Bizantini divisero il territorio dell’impero (e quindi anche la Sardegna e la Sicilia) in tante piccole parti o comunità, ognuna delle quali era chiamata χωρίον (choríon), comunità che comprendeva case abitative, cantine, frantoi, mulini, giardini, frutteti, vigneti, boschi, ma soprattutto campi coltivati o coltivabili.
Ogni χωρίον eventualmente doveva provvedere alla propria difesa in caso di pericolo e pagare allo Stato una certa cifra, a prescindere dal reddito annuale. Ogni anno una parte del territorio veniva ripartita tra la popolazione e destinata alla seminagione, l’altra parte veniva lasciata a pascolo. L’anno successivo si seminava la parte lasciata a pascolo, facendo però una nuova ripartizione (qualcuno sarebbe potuto essere andato altrove oppure anche essere morto).
I Bizantini consapevoli che il loro dominio sarebbe stato più duraturo, se nei sudditi fossero penetrati usi e costumi dell’Oriente, esercitarono in vari modi tanti interventi che in effetti trasformarono notevolmente la società sarda.
Il χωρίον, ad esempio, durò per molti secoli, e in tanti paesi boschivi della Sardegna tanti terreni sono ancor oggi demaniali, senza alcuna proprietà privata.

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Penetrarono allora in Sardegna alcune consuetudini orientali, quali quella di far iniziare l’anno liturgico e l’anno civile con il 1° settembre: anche oggi, in vari paesi, quel giorno viene chiamato anche "capit’anni" (espressione di derivazione latina che significa “capo d’anno”); o l’uso fra i sacerdoti di farsi crescere la barba e di averla lunga e folta, o l’usanza in determinate feste campestri di mangiare, bere e ballare nello spazio antistante la chiesa, perché quel giorno fosse espressione di gioia nel corpo e nello spirito.
Quand’ero ragazzino A Corleone (Sicilia) sentivo dire in occasione di qualche festicciola con abbondante roba da mangiare e con tanta baldoria “fare Madonna di vigni”, forse perché in occasione della vendemmia in qualche chiesetta di campagna si faceva festa con un ricco banchetto. Ed anche in Sardegna avveniva e avviene qualcosa di simile. A Lula (prov. di Nuoro) per la festa di San Francesco d’Assisi che si celebra in una chiesetta campestre vicino al paese si ha il Filindeo (una deformazione di Fide in Deo ?), un invito a qualunque passante a partecipare alla festa.
E si offriva originariamente una minestra, ma col passare degli anni la minestra venne sostituita o accompagnata da un bel piatto di pastasciutta, con un ragù assai saporito, e carne ben gustosa, tutto a spese dei pastori che organizzavano la festa. Ma quel che più conta, per tutto il periodo della novena vigeva il diritto di asilo per i ricercati dalla polizia, ma all’imbrunire questo diritto cessava. Era un invito a fidarsi in Dio, a deporre per quel periodo a pensieri di vendetta, un invito alla pace con Dio e con gli uomini? Sia come sia, si passava la giornata in sana allegria.
Quasi a contrappeso a queste usanze legate al godimento dell’esistenza, in Sardegna si sentiva molto, anche il fascino dei Santi e dei Martiri orientali; ed i sardi, già spinti in questo senso dall’esempio di tanti credenti che per non rinnegare la fede avevano accettato l’esilio in Sardegna da parte dei Vandali, vennero indotti a conoscere la vita di tali Santi, ad avere grande venerazione per loro, e spesso ne accolsero le biografie con tale passione da considerare quei martiri come santi del proprio luogo. Così dalla vita e dalle leggende di San Giorgio, uccisore di draghi, scaturiva un modello per la biografia di San Giorgio di Suelli (un paese del Cagliaritano), la cui vita veniva intessuta di miracoli e di leggende propri del primo Santo.
Così si diffondeva il culto per Santa Barbara, che veniva paragonata agli Apostoli, per San Basilio, per Sant’Elena che aveva trovato la croce su cui era stato inchiodato Gesù Cristo, ed infine per San Costantino, imperatore e figlio di Sant’Elena, che si era convertito al Cristianesimo in fin di vita. (Si deve anche dire che allora la Chiesa di Roma non lo riconosceva come Santo).
Assieme al culto di questi Santi si affermava anche l’usanza di celebrare l’Assunzione della Vergine al Cielo il 15 agosto di ciascun anno, secondo una costumanza risalente al periodo di Giustiniano secondo cui la Madonna si rappresentava dormiente, stesa in un bellissimo letto e ornata di preziosi gioielli, in attesa del grande mistero. Anche a Corleone nella Chiesa dei Cappuccini la Vergine Assunta è rappresentata in questo modo (per la chiesa ortodossa, c’è da dire, la Vergine non è mai morta, si è solo addormentata e per questo viene rappresentata dormiente).
A questi e ad altri santi vennero edificate dovunque chiese, proprio perché attraverso la chiesa e il culto religioso si trasmetteva il pensiero politico e religioso. Con questo intento penetrava in Sardegna la tipica costruzione della chiesa con pianta a croce greca (con i quattro bracci uguali) e una cupola emisferica, poggiante sui quattro poderosi pilastri agli angoli del quadrato formato dall’incrocio dei due bracci (Santa Maria Iscalas a Cossoine, o S. Giovanni ad Assèmini)
Socialmente si affermò gradualmente la comunanza dei beni fra marito e moglie, che veniva attuata subito dopo la celebrazione delle nozze (in contrasto col matrimonio di diritto romano classico, legato alla tradizione della dote e dei beni separati). Secondo l’uso bizantino infine i figli illegittimi, con atto paterno, potevano essere considerati alla pari di quelli legittimi.

03/12/2017

I VANDALI : Arte paleocristiana
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Nel 534 d.C. finiva il Regno dei Vandali. Il generale Belisario conquistava tutti i territori dei Vandali e li includeva nell’Impero romano d’Oriente di Giustiniano. Che cosa rimaneva di essi in Sardegna? Ben poco, quasi nulla; comunque quel poco è importante. Da un punto di vista politico i Vandali portarono la Sardegna ad essere una provincia dello Stato africano.
Ma dato che questo periodo storico è stato caratterizzato da conflitti religiosi, ricordiamo che rimanevano in Sardegna le spoglie di Sant’Agostino; del santo che aveva difeso i cristiani in Africa, quando era in vita, e che ora indirettamente stimolava e incoraggiava i cristiani ad essere irremovibili dalla loro fede. E con le spoglie è da tenere presente il suo pensiero, che preannuncia i tempi moderni, col mettere in primo piano l’individuo (e non più l’uomo in generale); col richiamarlo ad un continuo colloquio con se stesso (le Confessioni) e, soprattutto, al senso della responsabilità. Posso sbagliare, ma "Si fallor, ergo sum" era stato il perno della sua filosofia, ossia 1) la coscienza di esistere, esistere nella propria individualità, -2) di essere uomo, un essere fragile proclive a sbagliare, -3) ma pure con la possibilità di emendarsi, volendo (Le due città).
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Fondamentale è la cristianizzazione dei Sardi compiuta involontariamente dai Vandali e la cristianizzazione non avveniva come uno scontro tra civiltà, ma quasi come un aggiornamento delle forme di una stessa concezione di vita. Ne è un esempio simbolico la lettura metaforica delle figure dell’ IPOGEO di SAN SALVATORE nelle vicinanze di Cabras.
Al di sotto del pavimento dell’attuale omonima chiesa, tramite una botola si accede ad un interessante monumento ipogeico. L’accesso è costituito da una lunga scalinata che porta ad un atrio circolare con una cupola aperta al centro; ai lati due celle ellissoidali e sul fondo un ambiente semicircolare.
--- Nell’ambiente ellissoidale di destra è disegnata una figura femminile che si toglie un velo: si è interpretata come la fenicia Ashtart, la divinità della natura feconda; c’è pure la rappresentazione d’un Eracle in lotta con il leone Nemeo e ci sono altre figure femminili accompagnate da Hermes.
“Le figure si possono interpretare – diceva quel giorno una guida a dei giovani studenti - come il corso della vita umana, dal suo ve**re al mondo, per opera della Gran Madre degli antichissimi Sardi (o della fenicia Ashtart o della latina Venus genitrix), alla lotta per la vita fatta sotto la protezione d’un dio o del figlio di Dio (Eracle per i Greci, che era un semidio, figlio di Zeus; Melqart per i Fenici; Sid per i Sardi, e sapete Chi per i cristiani), all’andata all’altro mondo con la compagnia d’un dio protettore (Hermes per i Greci, Tanit per i Fenici e chi dà l’estrema Unzione per i Cristiani).
E’ suggestiva questa concezione di vedere tutto il corso della vita umana sotto la protezione d’un Dio, concetto che i Pisani nel Medioevo, nella visione cristiana della vita, espressero mirabilmente con belle forme architettoniche nella Piazza dei Miracoli (il "Battistero" per chi nasce, il "Duomo" per chi cresce nella Fede, il "Campanile" per l’uomo civile che vive nella società, e accanto il "Cimitero" per chi non è più, ma consolato dalla presenza di tanti fedeli, che lo vogliono ricordare).
---- Nella cella ellissoidale di sinistra è rappresentato Eros su di un albero e attorno a lui tanti animali fantastici e reali. E poi si vedono disegnate tante navi graffite, quasi protette dal Dio.
Qui viene rappresentato filosoficamente (o quasi) – diceva sempre la guida - il concetto della vita, che scaturisce da un atto d’amore (Eros per i Greci) e che si manifesta in forme numerose e diverse , che - viste nel loro insieme - sono ancora in cerca d’un equilibrio ecologico, ma se considerate dal punto di vista dell’uomo possono essere visti “di utilità” o anche “pericolosi” per lui. E quanti alimenti, ma anche quanti pericoli, gli vengono dalla terra e dal mare! Onde la necessità d’un dio che li ami, o del figlio di Dio (più vicino agli umani), affinché li protegga e li salvi da pericoli che dalla terra e dal mare gli possano ve**re.
- L’edificio in età pagana venne dedicata a colui che aveva a cuore la protezione dell’uomo e per l’uomo anche moriva, ma che poi risorgeva e tra gli dei continuava a proteggere l’uomo (Sid, Eracle, Melqart), ma in età cristiana venne dedicato a Colui che questa intuizione del divino in sé tutta quanta assommava, per soccorrere l’uomo nella vita e nella morte: il SALVATORE .
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--- Il recupero di questi ipogei con chiese cristiane –proseguiva la guida - avvenne nell’alto Medioevo. Le città l’una dietro l’altra decadevano e sorgevano nuovi villaggi. Sorgevano nella campagne; per lo più ai limiti delle foreste, perché lì si potevano più facilmente coltivare i campi (con i rudimentali arnesi di lavoro di allora), ma anche perché lì si poteva sfruttare la foresta. Siamo infatti nella civiltà del legno; e la foresta offriva il pascolo a pecore e a maiali, forniva legno per il fuoco e per riscaldamento, ed anche legname per abitazioni private.
--- Sebbene addossate alla foresta le case erano distanti l’una dall’altra e solo con lunghi giri si poteva andare dalla propria alla casa d’un altro; a meno che non ci si volesse avventurare per il bosco, lungo qualche scorciatoia. Ma il bosco era pericoloso, misterioso, intricato e facilmente vi si poteva incappare in banditi, o essere preda del lupo, o non trovare più la strada. Il bosco, se invero era una fonte di sostentamento per questi poveri lavoratori, nascondeva pure tanti pericoli.
--- Le fiabe dell’Ottocento romantico, che si ispirarono in gran parte al Medioevo, parlavano spesso di taglialegna, di bambini sperduti nel bosco ed… immancabilmente facevano comparire il lupo cattivo (come nella fiaba di Cappuccetto rosso). Poi c’era la guerra a rendere più dure le condizioni di vita a questa povera gente, che vedeva in un attimo andare in rovina il lavoro di un anno. E sopravvenivano carestie ed esplodevano epidemie. Era l’età della fame, della fame paurosa che faceva morire tanti bambini o induceva persino i genitori ad abbandonare i loro figliuoli nel bosco (Pollicino).
--- Anche le abitazioni erano povere, costruite con materiale caduco. Solo le chiese erano in muratura: costruite con grandi blocchi di pietra, mostrano ancora spessissimi muri, enormi pilastri di pietra e volte anch’esse con questo materiale pesante.
Umide, buie, quasi soffocanti sembrano rievocare alla mente l’atmosfera greve delle catacombe (che i cristiani da poco avevano lasciate), ma vogliono esprimere pure la gioia di chi finalmente è uscito alla luce del sole (Chiesa di Sant’Antioco).
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--- Per costruire queste chiese era necessario il concorso di tutta una comunità (non quella d’una sola famiglia, sufficiente per le case private). La loro massiccia struttura, simbolo di forza e di perennità, simile alla potenza e grandezza di Dio, spiccava talora in mezzo a tante capanne di legno, caduche, come fragili ed umili erano coloro che vi abitavano: da esempio in Sardegna, la chiesa di SAN GIOVANNI di SINIS (una chiesa non lontano dall’ Ipogeo di San Salvatore).
-- Entrandovi possiamo vedere un corpo centrale (delimitato da quattro solidi pilastri con spigoli smussati da reseghe) che regge una cupola. Gli incavi creati dalle reseghe contenevano quattro colonnine ornamentali, per dare decoro a questa rude, ma poderosa costruzione; - infine quattro bracci si allungano nel senso dei punti cardinali. Ed ecco un rilievo artistico e storico insieme: un pesce (acrostico greco di Iesous Xristos THeou Yios Soter = IXTHYS = pesce), simbolo di riconoscimento per i primi cristiani.
--- Suggestiva per le basse e massicce coperture e per i poderosi pilastri, caratteristica per l’imponenza dei contrafforti reggispinta, ma… circondata da un villaggio di capanne dalla struttura di legname e di canne, si presenta grave e perenne nel tempo in mezzo a capanne annualmente ricucite, rifatte.
In questi secoli bui la popolazione costretta a rimanere in quell’avara terra, sfruttata dai padroni non aveva altra possibilità perché i singoli si incontrassero che avere una chiesa. E la Chiesa, intesa come edificio o come istituzione, con i suoi riti offriva occasioni a queste genti analfabete e disperse, perché si riunissero e sentissero una parola da chi sapeva e sapeva parlare.
--- E questi, accanto alle loro omelie, facevano parlare anche le pietre, ed esse dicevano che la casa di Dio era la casa di tutti, la “Domus” per eccellenza: il DUOMO.

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