09/06/2018
Nella NEBBIA barbari e non BARBARI
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--- Ma a chi interessava l’Impero romano? Forse a pochi, comunque non a Romani di Roma; per un periodo di tempo poté interessare a Romani di Spagna, poi a Romani d’Africa, poi a Romani di Siria, fin quando Teodosio comprendendo che un solo imperatore non era sufficiente a reggere tutto l’Impero lo divise in due parti e lo affidò ai suoi due figli, ancora minorenni, sotto la tutela di due abili generali. Romani? No, barbari romanizzati. E di chi era formato l’esercito? Di poveracci raccolti dalle province che altrimenti non sapevano come sbarcare il lunario. Sicché al primo urto con i barbari l’Impero romano d’occidente crollò.
--- Un tipo strano fu GENSERICO, re dei Vandali, che dalla Germania passando per l’attuale Francia e Spagna si stanziò infine sulla costa nord/occidentale dell’Africa, scegliendo come capitale Cartagine, la nuova Cartagine che Giulio Cesare nel 44 a.C. aveva rifondata. Era gobbo, storpio, di bassa statura, uno sgorbio a vederlo, ma non soffriva di alcun complesso d’inferiorità. Era di religione ariana, credeva in Cristo, ma solo come in uomo potente, e si riteneva d’essere stato da Lui scelto come esecutore della vendetta divina sui peccatori, sugli indolenti, sui ricconi (che per lui erano solo degli sfaticati). Tutti al mondo dovevano essere puniti, perché maledetti da Dio, ed egli per prima cosa li avrebbe privati dei beni che avevano. Andò a Roma, fece sposare suo figlio Unnerico con la figlia dell’imperatore e volle una gran festa per tutto il suo esercito a spese dei Romani, nelle case dei Romani. Per 15 giorni, fu un vero saccheggio, una vera baraonda. Partendo volle portare con sé metà del Senato per fare di Cartagine la vera capitale dell’Impero. Portò sulle navi statue, opere d’arte, vasellame d’argento, gioielli per rendere gradevole a quei senatori la nuova sede. Per malaugurata idea, alcuni di essi, costeggiando la Sardegna, dissero che in quell’isola avevano delle ville e che avrebbero potuto dimorare anche lì. “Vediamole” disse Genserico e poiché furono di suo gradimento: “Da oggi – disse – tutta la Sardegna è mia”. E poiché nessuno si oppose, senza combattere la Sardegna passò ai Vandali. Diversamente fu per la Sicilia. Qui fece diverse scorrerie, prendeva tutto quello che poteva imbarcare e andava via. Le poche milizie che erano nei villaggi non avevano il coraggio di affrontarlo e rimanevano in difesa nelle “acropoli”. Anche nella nostra città dovette avve**re lo stesso e la gente con quel poco che aveva si rifugiava nel pianoro a ridosso della Rocca dei Maschi, ma vi si rifugiavano anche i “padroni”, che vedendo che le visite dei Vandali erano frequenti presero l’abitudine di rimanere a lungo in quel luogo (U CHIANU RI RONNI). Anche della Sicilia i Vandali si considerarono padroni, privando Roma delle province che erano state considerate i suoi “tre granai”: Sicilia, Sardegna e Africa; il regno di Genserico fu allora considerato “l’Impero del grano” ed a Roma cominciò a farsi sentire la fame. Ce l’aveva Genserico soprattutto con i cattolici e quando si accorgeva che laici e prelati gli davano fastidio li relegava in soggiorno obbligato in Sardegna, col compito di tagliare legna per costruire nuove imbarcazioni, per il resto essi potevano considerarsi liberi anche di parlare di religione (indirettamente evangelizzò la Sardegna). Con gli Ariani si comportò diversamente: l’Italia (ossia quel che rimaneva dell’Impero d’Occidente) era caduto in mano ad Odoacre, un altro barbaro, re degli Eruli al servizio dei Romani, ed Odoacre era un ar**no. Genserico gli cedette, dopo averla ben bene spogliata, la Sicilia (però dietro un congruo pagamento); si mantenne però Lilibeo (Marsala) per controllare entrambe le coste dello stretto di Sicilia.
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--- Si sperò con i nuovi invasori, gli Ostrogoti, con un capo TEODORICO che in gioventù era stato a Costantinopoli, che le cose potessero migliorare, e di fatti il nuovo re volle consolidare la cultura romana. Purtroppo, essendo anche lui ar**no, negli ultimi anni venne in rotta con la Chiesa romana e con l’Impero romano d’Oriente e fu una guerra: una guerra devastante che durò 18 anni (535-553). Sbarcati in Sicilia la conquistavano in fretta e passavano in Calabria e risalivano per la Pen*sola, mettendo a sacco Napoli e poi Roma. Scendevano gli Ostrogoti da Ravenna marciando verso Roma, e le truppe sia dell’una che dell’altra parte avanzavano senza pensare ai disastri che lasciavano al loro passare. Nel 540 l’ostrogoto Totila in un lampo di genio concedeva la libertà dalla “servitù della gleba” ai contadini che fossero passati dalla sua parte e tutta quella classe (che altrimenti non poteva lasciare il feudo in cui lavorava) fu per lui ed anche le città abbandonarono gli imperiali. In uno sforzo supremo questi si ripresero e fu la fine delle speranze.
--- Ormai anche i campi non venivano coltivati, e, se qualcuno lo faceva, la messe non arrivava a maturazione; e la fame avanzava a gran passi; la denutrizione era visibile sul volto di tutti; e con la fame venivano le epidemie e non c’erano cure con cui ci si potesse salvare. Lo storico PROCOPIO di Cesarea che assistette a queste tristi vicende narra scene orrende in cui spesso si cadeva spinti dai morsi irresistibili della fame. Poi la guerra finì; ma non venne la pace: l’impero recuperò le province che costituivano l’impero del grano, ma gli abitanti conobbero l’Impero solo attraverso nuove imposte, altre restrizioni, gli agenti del fisco, le rivolte e i saccheggi delle milizie mercenarie, mal pagate o non pagate. Diceva il papa Gregorio Magno che la Sardegna a liberazione avvenuta “offriva schiavi a buon prezzo, prodotti a basso costo, soldati per l’Impero e dena-ro per i corrotti”.
--- Se Roma repubblicana aveva unificato quella che noi chiamiamo Repubblica italiana, se con i suoi generali (Belisario, Narsete) l’imperatore di Costantinopoli GIUSTINIANO recuperò quasi tutte le terre bagnate dal Mediterraneo, riportando (come era una volta) questo mare ad un lago in mezzo a popolazioni soggette all’Impero, con la Prammatica Sanzione del 554 egli invece divise il vasto impero, compresa l’Italia, in prefetture, staccò dall’Italia la Sicilia, mettendola alle dirette dipendenze da Costantinopoli, e Sardegna e Corsica, unendole ufficialmente alla provincia d’Africa, le pose alle dipendenze del prefetto di Cartagine (in parole povere, considerò la Sardegna non più una regione dell’Italia, ma del Nord-Africa). Il Prefetto dall’Africa mandava in Sardegna i suoi funzionari: il “dux” (ancora si parlava latino) a capo delle forze militari ed il “praeses” (ma talvolta chiamato anche “Judex”) con compiti civili per amministrare la giustizia. Così doveva essere anche per la Sicilia e per l’antica nostra città, la quale cominciava a prendere corpo con una amministrazione che vedeva unite le tre autorità (militare, giudiziaria e cittadina ) site in un unico luogo.
--- Però quel che più irritò i sudditi fu il fatto che le cariche più importanti si potevano ottenere solo con il “suffragium” (bustarella), con la conseguenza che i funzionari, dopo avere sborsato tanto denaro per avere una carica, cercassero poi di rifarsi imponendo ogni sorta di balzelli.
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---- Con Giustiniano si concludeva il periodo romano-ecumenico della storia dell’impero d’Oriente, dominato dall’idea cosmopolita dell’antico impero di Roma, che Giustiniano tentò di ricostituire, e l’uso del latino come lingua ufficiale ne fu una dimostrazione.
Ma a quale stato si fosse ridotta la lingua latina, non quella usata dai giuristi nel revisionare tutto il “Corpus Juris civilis” della legislazione romana, aggiornandolo, ed epurandolo di quanto era ormai sorpassato, ma la lingua usata quotidianamente da quello che potremmo chiamare ceto medio, è bene saperlo.
--- Già da tempo un certo Valerio Probo aveva scritto una grammatica latina ed alla fine aveva aggiunto una APPENDIX in cui invitava i lettori ad evitare certe forme scorrette della lingua ed usare invece quelle appropriate, soprattutto con i trisillabi sdruccioli ridotti a bisillabi. Pertanto:
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--- DIRE ------- e ---- NON DIRE
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--- Frì-gi-dum --------- Frig-dum ------- ( = freddo)
--- Cà-li-da ---- ------- Cal-da ----------- ( = calda)
--- Vì-ri-dis ------------- Vir-dis ----------- ( = verde)
--- Spé-cu-lum ------- Spec-lum ------- ( = specchio)
--- Vé-tu-lus ---------- Vec-lus --------- ( = vecchio)
--- Au-rì-co-la -------- O-ric-cla ----------( = orecchia)
--- Dò-mi-na ---------- Dom-na ---------- ( = donna)
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A proposito di Domna, bisogna anche ricordare che l’imperatore romano SETTIMIO SEVERO, nato a Leptis Magna in Africa, nell’attuale Libia, sposatosi con una donna siriana d’acuta intelligenza, abile consigliera, con un forte senso dello Stato, l’aveva voluta soprannominare Domna (ed è passata nella storia come GIULIA DOMNA), Domna da “dòmina”, dal verbo “dominare”, dal significato di persona autorevole e che ha potere di dominare, richiedere da tutti rispetto ed obbedienza (sostanzialmente il corrispettivo femminile di Imperator). E non passò molto tempo che anche l’imperatore (come Diocleziano) volle essere considerato “dòminus” e per essere da tutti e più compiutamente capito aggiunse anche “deus” (che in corleonese venne tradotto “Dominiddiu”, ma per indicare - più che Nostro Signore - anche una persona tanto vanitosa ed antipatica da ritenersi il padrone del mondo).
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Ed anche in quella che sarebbe stata Corleone avveniva, linguisticamente parlando, qualcosa di analogo, anche se mancava un’apposita grammatica. Per esempio
------ il gruppo consonantico FL delle parole latine diveniva SCI, perciò da “Flumen” si aveva “Sciummi”, da “Flatus” si aveva “Sciatu”; da “Flore(m)” si aveva Sciuri”;
------ il gruppo consonantico PL delle parole latine diveniva CHI, perciò da “Plumbum” si aveva “Chiummu”, da “Planum” si aveva “Chianu”, da “Plàngere” si aveva “Chiànciri”, da “Plaga” si aveva “Chiaga”; da “Platea” prima “Plàtia”, poi “Chiazza);
------ Anche il gruppo consonantico CL diveniva CHI, perciò da “Clamare” latino si aveva “Chiamari” siciliano, da “Clave” si aveva “Chiavi”, da Clàudere, e poi Chiùriri”.
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---- Molto spesso si ebbero casi particolari, come la caduta della G gutturale dal suono di GH.
----- Il pronome “Ego” perdette la G e divenne EO – ma per le leggi fonetiche del latino le vocali medie E ed O diventavano I ed U e di conseguenza “IU”; ma queste due vocali strette volendo almeno una semiconsonante di appoggio ricorsero alla J, e si ebbe “Jiu”
----- Guardate anche le trasformazioni (ma sempre regolari) di “digitu(m)”: La M finale non si pronuncia, la G all’interno cade, la D iniziale si muta in R dolce ed abbiamo RI-I-TU; ma la I da sola vuole un appoggio e si ricorre alla J e si ricava RI-JI-TU.
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---- E si aveva, senza dirlo anche una grammatica molto semplice con tre declinazioni dei nomi e con tre generi: maschile, femminile e neutro, come in latino (perché sostanzialmente era sempre un latino, sebbene rinnovato).
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------------------ Sing.--------- Plur.
1^ decl. ------ a gatta -------- i gatti -------- < “le gatte”, “i gatti”
2^ decl. M. --- u sceccu --- i scecchi ---- “gli asini”, “le asine” >
2^ decl. F. ---- a manu -------- i mani ------- < “le mani”>
2^ decl. N.---- u pummu ------ i pumma ---- < “le mele” >
3^ decl.-------- u cani --------- i cani
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Da notare che in tutte le declinazioni e in tutti i generi le desinenze del plurale sono uguali, eccettuati i nomi del genere neutro che però hanno uguale l’articolo plurale, che è sempre I.
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Volendo tornare a fare l’insegnante, vorrei chiedere ai miei lettori. tornati ad essere degli alunni: Sapete dirmi che cosa significhi U CHIANU RI RONNI? Per dare un aiutino a chi ha qualche incertezza riporto una donazione fatta dal giudice di Cagliari --- Ego, Judigi Torgodori de Ugunali cm mulieri mia Donna Vera et cm filiu meu Donnu Costantinu (Salusio II) fazo custa carta pro S. Ioanne de Arsemin, qui dabo ad sancto Laurenzio de Ianua pro Deus et pro anima mea. (1079) - .